QUALE FUTURO PER IL KARATE?

Eventskarate 22 gennaio 2011



di Sergio Roedner

IL KARATE IN CRISI?

“A parte il declino del livello della tecnica in questi tempi, mi sono reso pienamente conto del quasi irriconoscibile stato spirituale a cui è arrivato il mondo del karate”. Queste parole del Mº Funakoshi sono del 1956 (!), ma si adattano anche troppo bene alla situazione di cinquant’anni dopo. In Italia la crisi è evidente: la fusione tra le due più importanti federazioni è fallita e il nostro mondo si è frantumato in una galassia di gruppi e gruppuscoli la cui elencazione completa sarebbe di competenza delle “pagine gialle”. Nella pratica si scontrano, ormai da un trentennio, due concezioni diverse della stessa arte. Mentre uno dei due gruppi (la ex-Fik, per intenderci) non ha mai avuto “maestri” ma solo istruttori e traguardi agonistici, l’altro gruppo resiste arroccato intorno al proprio maestro ma dimostra limitate capacità, o forse volontà, di proselitismo e ulteriore espansione. Il karate in generale è “passato di moda” e soprattutto i giovani si dedicano alla kick boxing o a d altre variazioni sul tema, in organizzazioni che promettono l’efficacia immediata e attribuiscono ai propri insegnanti titoli e gradi che da noi si guadagnano col sudore e la fatica.

Alla base di questa crisi organizzativa c’è una crisi ideale, che ha probabili origini lontane nel tentativo di trasformare il karate in una pratica sportiva. Se quel che conta è il risultato agonistico, occorre sacrificare quella parte dell’insegnamento antico che non permette di cogliere immediati frutti nelle gare. La tecnica si standardizza, si semplifica, si inaridisce. Due o tre principi, applicati bene o male, diventano l’unico oggetto dell’insegnamento. È bene dire chiaramente che tutte queste magagne vengono dall’ex-FIK. Anche la JKA di Nakayama (in aperto contrasto con le vedute dell’ottantenne Funakoshi) ha seguito la stessa via, con più rigore, più precisione tecnica, più coerente ricerca della potenza e della maturazione umana del karateka: ma era pur sempre la strada che portava all’ippon folgorante di Oishi nel kumite o al kata impeccabile di Osaka. La JKA ha portato alla perfezione, alla stilizzazione assoluta il karate sportivo, cercando di non dimenticare, di conser vare al tempo stesso (nei suoi migliori istruttori) l’altro del karate, la sua portata originaria. Non è un caso se il tentativo di un ritorno alle origini dell’arte, alla sua efficacia, si deve a maestri che all’interno della JKA si sono mossi con indipendenza e spirito critico (come il Maestro Nishiyama) o che ne sono usciti (come il Maestro Shirai o il Maestro Tokitsu).

Dopo 34 anni di pratica e 30 di insegnamento, tutti all’interno del “karate tradizionale”, mi è sembrato doveroso interrogarmi sul significato di questa pratica e condividere interrogativi e possibili risposte con i lettori di Samurai.


PRIMA DEL KARATE SPORTIVO: IL KARATE DI FUNAKOSHI.

Negli anni della maturità, Funakoshi raccolse e in parte creò una base etico-filosofica per il karate, trasformandolo in Do sull’esempio del Jiu-jitsu, del Ken-jitsu, ecc. Il karate per Funakoshi, insegnante, poeta e studioso della filosofia giapponese e cinese, era una ginnastica fisica e spirituale, uno strumento educativo, un mezzo per migliorare il proprio carattere; il Maestro intendeva metterlo sullo stesso livello delle altre arti marziali “nel promuovere i tratti del coraggio, della cortesia, dell’integrità, dell’umiltà e dell’autocontrollo”. Una mediazione quindi tra lo spirito dei Samurai e le moderne esigenze della società giapponese, nella quale la morale del “vincere o morire” riaffiorò per l’ultima volta tra i kamikaze, alla fine della seconda guerra mondiale. Il karateka ideale immaginato da Funakoshi non era più forse il giovane Gichin stesso in lotta col tifone, intento ad allenarsi di notte ore e ore in silenzio allo scopo di imparare tecniche da applicare per la so pravvivenza: ma piuttosto uno spirito nobile e generoso che applicava gli insegnamenti del Budo nella vita di tutti i giorni. C’è altro nel karate?


PRIMA DI FUNAKOSHI: IL KARATE DI OKINAWA.

Per i maestri di Funakoshi (Asato, Itosu, Matsumura) il karate era prima di tutto un sistema di difesa a mani nude contro ogni tipo di arma: da qui la ricerca della durezza delle armi naturali (mani e piedi) e lo sforzo per trasformare il corpo intero in una corazza con l’uso della contrazione muscolare; di qui lo studio dei punti vitali (Kyusho) e il lavoro al makiwara. Sempre duro e sempre forte (Shorei), oppure leggero, ampio e veloce (Shorin); anche se studi recenti sembrano indicare che la contrapposizione dei due stili sia una forzatura o una semplificazione didattica dello stesso Funakoshi.

L’espressione più efficace del karate-difesa (jitsu) è stata forse il kyokushinkai di Oyama, dove l’elemento agonistico è assolutamente secondario e molto meno enfatizzato dello studio della forza fisica e mentale. Le performances sbalorditive di certi allievi di Oyama, non tutte attribuibili ai loro muscoli e alla durezza dei loro calli, testimoniano che il karate-jitsu è una strada migliore del karate sportivo per chi mira all’allargamento delle proprie facoltà psico-fisiche.


NEL KIME LA CHIAVE DEL MISTERO.

Cos’è il ki? È l’energia vitale, scoperta dai cinesi che la chiamano chi. Fluisce dal tanden (centro vitale situato in profondità in corrispondenza dell’ombelico) attraverso le membra; può essere concentrato in una parte del corpo, può essere disperso (malattia, morte), può essere usato contro l’avversario. Tutti ne posseggono, pochi sanno usarlo e spremerlo. Kime: concentrazione del ki in un attimo, un punto, una tecnica, contro un nemico. Il karate delle origini eredita dal kempo cinese la ricerca del ki, comune ad altre esperienze orientali, marziali e no. Il duro allenamento di Okinawa e di certi dojo giapponesi e (pochi) occidentali aumenta nei praticanti il ki, forza spirituale che però resta mimetizzata sotto la forza fisica, enfatizzata dal karate. Anche l’aikido si muove nella stessa direzione, con esiti più sottili e profondi (Ueshiba, il fondatore di quell’arte, da vecchio, senza piu allenarsi, proiettava chiunque: ormai egli era l’aikido); così pure il kendo e lo Iai. Cer ti stili di lotta cinese portano, in modo lento ma sicuro, allo stesso risultato: il dominio della propria energia interna ed il suo uso per fini personali o altruistici. Lo yoga indiano e tibetano con un’altra terminologia si muovono nella stessa direzione.


CHE COSA CERCARE OGGI NEL KARATE?

Ciascuno si accosta al karate con motivazioni proprie. La maggior parte di coloro che si iscrivono ad un corso cerca un’efficace difesa personale e scopre qualcosa di meno (nella maggior parte dei casi) o di più (qualche volta, incontrando maestri come Kase, Kanazawa, Shirai, Tokitsu, Montanari, Fugazza ed altri che non cito solo perché non li conosco personalmente). Poi gli anni passano e varcato più o meno felicemente il traguardo della cinquantina, per chi, come me, non è in nessun senso un “professionista” del karate coinvolto nella gestione di un organismo federale, il centro di interesse si sposta naturalmente sugli aspetti meno “fisici” dell’arte.


ASPETTI PSICOLOGICI DEL KARATE.

L’approccio alle arti marziali e alle discipline da combattimento nasce spesso dall’insicurezza, che può essere dovuta a cause fisiche (debolezza...) o psichiche (cosiddetto complesso di inferiorità). Inoltre ci può essere una forte carica di aggressività nei confronti degli altri: si vuole diventare più potenti degli altri. L’uno e l’altro atteggiamento sono collegati e denotano mancanza di equilibrio nella personalità dell’allievo. Come influisce la pratica del karate su questo atteggiamento psicologico?

· Può rafforzare l’aggressività dandole un supporto reale. La pratica del controllo, il rapporto coi compagni hanno l’effetto di attenuare questa carica; ma individui gravemente nevrotici sanno frenarsi in palestra per poi scatenarsi fuori. L’insegnante deve vigilare su questo aspetto della pratica.

· Il karate può invece riequilibrare il soggetto dandogli calma, fiducia in se stesso, eliminando o almeno alleviando la sua insicurezza. In generale il soggetto aumenta il controllo della proprie reazioni (un obbiettivo chiaramente proposto dal dojokkun: Kekki no yu o imashimuru koto) rafforzando l’io.

· Fondamentale è il rapporto col maestro: secondo la teoria freudiana si sviluppa un transfert positivo o negativo. Il Maestro viene visto come modello, identificato con la figura del padre (buono o autoritario). In alcuni casi si può parlare di plagio. In realtà il transfert è necessario per permettere all’allievo di superare certe resistenze alla fatica e all’impegno, ma va tenuto sotto controllo da parte di tutti e due.

· In termini psicodinamici si può parlare anche di sublimazione. Le cariche aggressive di diversa origine (frustrazioni affettive, scolastiche, professionali) si mutano in atteggiamenti di grandezza spirituale, disinteresse, ecc.

· Compito dell’insegnante è di non creare allievi nevrotici e complessati ma di far sì che la pratica del karate abbia funzione equilibratrice. Si richiedono pertanto conoscenze psicologiche da parte degli istruttori che non devono mai incoraggiare a fini agonistici l’aggressività degli allievi né mantenerli in uno stato di perpetua dipendenza, ma abituare gli allievi a valutare serenamente i propri mezzi e aiutarli a “crescere”.


ASPETTI MORALI DEL KARATE.

Si tratta di un terreno spinoso: sarebbe facile (e altri l’hanno già fatto...) limitarsi a commentare il Dojokkun e il Nijukkun come dei testi sacri e darli per scontati. Bisogna invece capirli e vedere in che senso far propri i principi del perfezionamento, della giustizia, della perseveranza, del rispetto degli altri e dell’autocontrollo.

Rileggendo quelle 25 massime (possibilmente in una traduzione italiana attendibile) saltano agli occhi alcuni aspetti fondamentali: il rapporto con gli altri, il proprio sforzo verso un fine, un canone di giustizia presentato come oggettivo.

Il primo punto è facile: non fare male per primi (karate ni sente nashi), considerare gli altri come fini e non come mezzi (è anche un imperativo kantiano!), lavorare con gli altri, rispettarli. Sono le regole della convivenza civile, rese più efficaci dall’altezza dello scopo che si persegue insieme.

Secondo punto: il modello ascetico. Un fine elevato richiede uno sforzo elevato. A differenza del modello cristiano, lo sforzo non significa “mortificazione” e la contemplazione si armonizza con la vita attiva. Ken to za-zen. Pugno e meditazione.

Terzo punto: quale modello di “bene” e giustizia dobbiamo seguire? Si dice chiaramente: la nostra coscienza, che in alcune occasioni può suggerirci cose contro la morale dominante. Un pugno può fare più bene di una carezza. I guai cominciano quando si cerca di definire questa coscienza, di capire come nasca in noi il concetto di bene o di male, che varia da persona a persona, da classe a classe, da cultura a cultura.



Il Mº Nishiyama ha parlato di “vita pulita”, non come fine ma come mezzo per la stabilità emotiva. Questo è importante: il karate non è un sistema morale o una religione, e le norma che dà in questo senso hanno il fine di garantire la serenità al praticante. Questi perciò si accorderà con quanto si sente in diritto e in dovere di fare, con un’elasticità anche abbastanza notevole. Un cattolico interpreterà i dettami della sua coscienza diversamente da un marxista, e il karate non interferirà. Solo laddove le convinzioni personali si interesechino con la sfera altrui, ci si adeguerà alla massima della tolleranza e del reciproco rispetto.

Il ruolo del maestro, che è un po’ più avanti nella comprensione del significato morale del karate, è di intervenire nel caso di dubbio insegnando la via per lui giusta (Shihan = bussola).

Alcune abitudini che l’esperienza prova dannose per il fisico o per la concentrazione sono proibite nell’ambito del dojo, come il bere alcolici e il fumare. Anche il dojokkun e il nijukkun vanno storicizzati e riferiti all’ambito in cui sono nati e alla società in cui si sono sviluppati.

Il codice del karate si tramanda piuttosto oralmente, più con l’esempio che con la teoria. La pratica del karate si accompagna a un certo rituale, che va conservato perché è la forma per quel contenuto.


ASPETTI FILOSOFICI DEL KARATE.

Il karate non è una filosofia. È una disciplina fisica e mentale che ha un’origine ibrida, frutto di tre influenze almeno: quella cinese (ki e zen), quella di Okinawa (con pochi risvolti teorici) e quella giapponese (con aggancio alla mentalità del Budo). Il karate ha dei legami con tutto questo e ciò suggerisce di studiarne le fonti vicine e lontane per quanto possono dare al nostro spirito.

Tentare una sintesi è assurdo perché ciascuna di quelle esperienze filosofiche rifugge dalla sistematicità: figurarsi tutte quante insieme.

Come conciliare la “filosofia del karate” (tra virgolette) con una visione del mondo, poniamo, cristiana o marxista? Credo sia un quesito individuale. A me non ha mai dato nessun problema. Il Budo regolamenta soprattutto i rapporti tra l’individuo e se stesso e tra individuo e individuo: non abbraccia una dottrina politica, non vuole uno stato più che un altro. C’è senz’altro un grande attaccamento al proprio paese e alle proprie tradizioni, e uno spirito aristocratico; c’è un sentimento cavalleresco nei confronti dei deboli e dei diseredati.



Il rapporto con le donne è ambivalente: da un lato protezione (vedi cavalleria medievale), dall’altro però rivalutazione di un loro ruolo preciso di protagoniste (sia in Cina che ad Okinawa che in Giappone: in quest’ultimo paese tuttavia è presente una forte carica conservatrice, nel senso migliore e peggiore del termine).

La teoria del ki, infine, non è né religiosa né antireligiosa: il ki finisce con la vita, ma questo non esclude qualche forma di sopravvivenza. Il Buddismo invece crede nella reincarnazione. La scienza occidentale ammette l’esistenza dell’energia psichica e mentale, senza alcuna implicazione metafisica, e questa, per quel che può valere, è anche la mia posizione personale.


UNA PRATICA DA RACCOMANDARE A TUTTI : LA MEDITAZIONE.

Cercare il vuoto mentale perché la mente sia uno specchio dell’universo è lo scopo del buddismo zen (se pure è corretto affermare che si prefigga una scopo...) e, come tutti i praticanti sanno, karate significa appunto, oltre che “mani nude”, anche “mente vuota”.

Per i non buddisti e i non religiosi ciò che conta è la tecnica dello Zen, che cerca la calma interiore attraverso il controllo del respiro. Lo zen è una pratica semplicissima e difficilissima al tempo stesso, da consigliare a tutti i praticanti di arti marziali. I suoi risultati si vedono con gli anni.

La via occidentale è come al solito più sistematica, e parte dalla scoperta delle onde cerebrali e dalla programmazione delle stesse. “Trasmettendo” su una certa lunghezza d’onda (alpha, da 8 a 12 hertz) inferiore a quella della veglia attiva, ma più rapida di quella del sonno, la mente umana è più disponibile alla creatività, all’apertura, al miglioramento, alla ricezione di messaggi positivi. La ricerca del livello “alpha” permette il perfezionamento di noi stessi, il superamento dei problemi, la conquista degli obiettivi che ci prefiggiamo. Il tutto con delle tecniche graduate che, una volta apprese, si possono praticare da soli. Varie scuole di “dinamica mentale” o sigle concorrenti da decenni reclutano adepti (o clienti) nei dojo occidentali.

Personalmente ritengo che la ricerca dell’interiorità vada perseguita non iscrivendosi a corsi o stage ma in solitudine, con il conforto di una guida o di un praticante più avanti di noi su questa strada.



UNA CONCLUSIONE.

L’universitario barbuto e arrabbiato che nel settembre 1971 varcò per la prima volta la soglia della palestra di via Bezzecca non avrebbe mai immaginato di ritrovarsi, 34 anni dopo, intento a cercare un senso complessivo alla propria esperienza. Eppure essere qui ancora a parlarne significa (scusate la banalità) che il Mº Funakoshi aveva proprio ragione: karate no shugyo wa issho de aru, il karate è regola per tutta la vita.


 

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